Poggioreale 41 anni dopo

Valle del Belice. Notte tra il 14 ed il 15 gennaio 1968. La terra trema. Non è un uragano, non è uno tsunami, è il terremoto, 9° grado della scala mercalli, una forza capace di lasciare dietro di se circa trecento morti e più di novantamila feriti ed altrettanti senzatetto. “Paesaggio da bomba atomica” lo definì un pilota che sorvolò la zona subito dopo il tragico evento. E’ una ferita difficile da guarire anche dopo 41 anni.
Poggioreale, splendido centro urbano fondato dal principe Morso Naselli nel 1642, è uno dei paesi distrutti da quell’angelo della morte che, dopo quasi mezzo secolo, sta lì, in silenzio, un monumento al dolore.
Addentrarsi all’interno di Poggioreale è sempre faticoso, e non parlo di fatica fisica, ma emotiva. Il dolore si sente come fosse un vento che fa gelare il sangue, l’angelo della morte è rimasto l’unico guardiano di un paese oramai deserto.
Fotografare non è facile entrare dentro le case tra giornali dell’epoca, banchi di scuola, libri per bambini, automobili abbandonate, frantoi vuoti ed indumenti, dà perfettamente la dimensione di un evento disatroso che fa parte integrante della storia della Sicilia.
Oggi forse si dovrebbe chiudere Poggioreale trasformandola in un monumento al ricordo da far visitare con ordine, compostezza, ma soprattutto silenzio, un silenzio rispettoso, quasi si entrasse in un luogo di culto.
Novantamila persone senza casa non sono un numero ma un boato, e trecento morti un grido di silenzio che tutti dovrebbero ascoltare in preghiera.

di Fabio Savagnone