sei zero sei zero

Le immagini che abbiamo scelto per questa mostra sono immagini che da tempo ho rincorso, dialogando con l’artista, per il carico di significazione e di fascino che portano con sé. Fabio Savagnone mi parlava spesso, infatti, di un progetto su di un luogo abbandonato, l’ennesimo di un suo percorso dentro questo tema, di una ricerca che si rivolge non soltanto alla marginalità di paesaggi dimenticati, ma che si concentra sulla magia e sulle capacità evocative che questi posti possiedono.
Questo progetto è dedicato al campo sportivo del quartiere “Bonagia”, a Palermo; si direbbe un reportage, dato il suo approfondimento tematico, vista l’intensità dell’esperienza vissuta sul posto per documentarlo. Eppure la sua presenza scenica ci induce a considerare l’immagine nella sua evidenza metafisica e a considerare il portato artistico di questo lavoro.
Il luogo esiste ed è qui, nella periferia della nostra città, ma, come tante altre realtà progettate dall’uomo per il tempo libero, è nato come contesto asettico, privo di connotazioni specifiche, di riferimenti paesaggistici, culturali, strutturali, che lo distinguano da tutti gli altri nonluoghi in cui svolgiamo attività sociali di massa. Il primo livello che sostiene l’intero progetto è, dunque, questo contrasto tra la natura di un nonluogo sportivo - che conosciamo e riconosciamo in ogni occasione come funzionale e standardizzato - e un’immagine di, degrado, disfunzione, disagio che in queste foto ci appare immediatamente.
Ciò che però mi ha catturato e incuriosito, di queste immagini, è il loro porsi al di là del documento, aprendo un racconto parallelo e fantastico, nelle pieghe di quello principale che ci presentava il luogo, percorrendolo per tappe, mostrandolo. A questo scenario, infatti, se ne sovrappone un altro, più misterioso, metafisico, inquietante in certe inquadrature. Il racconto si complica e rivela un aspetto ulteriore, costituito dal processo di riappropriazione da parte della natura di uno spazio umano abbandonato dagli uomini. Come in un film sulla vita del pianeta in un futuro senza esseri umani, gradualmente, piante, animali, muffe e parassiti si addentrano tra le mura di un mondo chiuso come un circolo d’elite, si impossessano degli oggetti, si insinuano abbracciando strutture metalliche e reti da gioco. Al campo da tennis corrisponde un tappeto di paglia, dove l’edera s’ inoltra a cercare appigli e forme cui aggrapparsi. Così la porta del campo di calcio è una rigogliosa siepe fiorita e al nitore di una piscina olimpionica, si sostituisce una vegetazione palustre, mentre l’ombra scura del verde, in lontananza, fuori fuoco, si avvicina ad ogni immagine, sta in agguato sui muri, attende ai margini di ogni inquadratura.
In questo modo il racconto è fatto o nascosto dall’utilizzo consapevole del linguaggio visivo, che offre allo sguardo oggetti protagonisti e li scruta dal basso o da vicino, lasciandoci soli in uno spazio più vasto in cui possiamo muoverci per osservare tutto intorno, o restar fermi, inchiodati alla presenza fisica di una panchina che ci invita a una partita fantasma, in un campo distrutto.
Se al primo racconto, il reportage, ci accingiamo alla denuncia di uno stato di degrado, avviando il nostro discorso sui binari dell’inchiesta, chiedendo ragguagli sulla storia di un posto che è sotto i nostri occhi e che non conosciamo, al secondo racconto, tenderemo a soffermarci sulle vicende interne all’immagine, sulla bellezza ambigua dei fiori che sbocciano sul cemento, sulla dimensione del vuoto che isola e circonda arbusti spontanei come fossero strani protagonisti di una storia nuova che sta per cominciare.
A questo si aggiunge un percorso espositivo che inserisce, come ready made, oggetti trovati sul posto, indici di una presenza, testimoni muti e polisemici, in un incontro tra quei livelli che Odin, nell’analisi del film, definiva “modo finzionale” e “modo documentaristico”, che si incrociano in questa mostra per creare un’eccedenza semantica.

di Costanza Meli